Qual è la ricetta di longevità dei 75 anni di storia d’impresa del Gruppo Manni? La capacità di sognare e immaginarsi un futuro, avere una visione e crederci, facendo tesoro degli insegnamenti paterni: avere prudenza e rimanere con i piedi per terra e guardare lontano.

IL RACCONTO. «Si erano da poco silenziati i boati della Seconda Guerra mondiale. Bisognava arrangiarsi per sopravvivere. Mio padre Luigi dovette inventarsi un mestiere per sfamare la sua numerosa famiglia di sette figli, sei maschi e una femmina», esordisce Giuseppe Manni attuale presidente del gruppo, mentre il figlio Francesco, manager e vicepresidente dell’azienda di famiglia lo segue con attenzione. E prosegue: «Papà si inventò un lavoro, recuperava metalli ferrosi e rottami destinati alle ferriere, dove venivano trasformati in prodotti finiti, in quella che era la prima siderurgia nascente». E aggiunge: «Dopo il diploma come perito industriale, contavo di iscrivermi a corsi serali per diventare ingegnere meccanico, ma, purtroppo non era ancora in vigore la legge tanto attesa che avrebbe dato accesso all’Università anche ai non diplomati al classico o all’artistico. Mio padre fu colpito da un primo infarto, nel 1959, quando ero quasi maggiorenne. La sua preoccupazione per il futuro divenne subito palpabile. Lui e mia madre», precisa Manni, «mi videro come una colonna portante per la famiglia: ero il primogenito, insignito di una grande responsabilità: dare continuità al lavoro per garantire un futuro anche ai miei fratelli, ripagato dalla fiducia nelle decisioni che avrei assunto».

DI PADRE IN FIGLIO. E racconta: «Decisi di assumermi l’onere e l’onore di affiancare mio padre Luigi. Bisognava cambiare il modello di gestione, perché con i nuovi interlocutori, ovvero industrie, banche, creditori, non si poteva dialogare semplicemente sulla base di una stretta di mano o tramite pagamenti in contanti. Conoscevo il lavoro, perché affiancavo mio padre, d’estate, ma volevo affrancarmi dalla mera raccolta e vendita del rottame. Andavo in ferriera, vedevo le acciaierie che producevano il “ferro nuovo”. Procedevo con coraggio, ma anche con estrema attenzione e cautela, stimolato dal senso del dovere che i miei genitori mi ricorderanno continuamente fino alla loro scomparsa, quella di mio padre, avvenuta nel 1985 e quella di mia madre, solo pochi anni fa».

IL CAMBIAMENTO. Gli anni Sessanta furono contraddistinti da un passaggio fondamentale. «Da una visione paterna prettamente commerciale, basata sulla compravendita di rottami ferrosi, adottai un approccio più industriale, inizialmente rivolto alla vendita del tondo per il cemento armato, per l’edilizia che stava esplodendo in Italia». Aumentando le responsabilità, nacque l’esigenza di formazione. «Frequentai un Master serale di economia aziendale al Cuoa per acquisire competenze in area bilancio e amministrazione, con amici, oggi noti imprenditori veronesi», ricorda Giuseppe. «Nel frattempo, si aprivano diverse occasioni di confronto con importanti realtà del settore. La necessità di comunicare meglio aumentava e decisi di frequentare un Master in Comunicazione, cui seguì quello in Tecnica e progettazione, acquisendo competenze e padronanza della materia, al punto tale che tutti mi chiamavano ingegnere», sorride.

«NON MI ACCORSI DEL ’68». «Mi dedicavo al lavoro notte e giorno, senza grilli per la testa, non avevo il tempo per permettermi spese folli e distrazioni. Non mi accorsi nemmeno dei grandi motti sociali del ’68, tanto ero impegnato a programmare l’attività», sottolinea Manni. «Iniziai a girare il mondo, visitando le acciaierie, più che le città europee, ripartendo subito per rientrare in Italia. Mi recavo soprattutto in Belgio che, in quegli anni, tra il 1960 e il 1970, era uno dei massimi produttori siderurgici europei. Andavo per acquistare le seconde scelte di prodotti siderurgici, memore dell’educazione di mio padre alla parsimonia e al risparmio».

L’INDUSTRIALIZZAZIONE. La strada per l’industrializzazione era in continua salita. «Nei primi anni Settanta avevo già costituito tre aziende. Per mia esperienza, quelli furono momenti d’oro per chi, come me, aveva conoscenze tecniche, necessarie nel mondo della siderurgia, voglia di fare e volontà di buttarsi a capofitto negli affari», afferma Manni. «La crescita fu galoppante, grazie a investimenti coraggiosi, ma controllabili con una gestione day by day, che permetteva di monitorare sia la crescita dei volumi sia di strutturare oculati piani di ammortizzazione», evidenzia Manni. «L’attività si indirizzò alla pre-lavorazione di prodotti in acciaio, nuova frontiera del mercato edile per costruire strutture metalliche, settore in cui, ben presto, guadagnammo una posizione di leadership, con pochissimi competitor», ammette con fierezza.

LA CRISI DEL 2009. «Le tappe di sviluppo in Italia furono di segno sempre positivo, fino al 2009, quando la corsa subì una battuta di arresto a causa dei contraccolpi della crisi finanziaria mondiale, che siamo riusciti a contrastare, grazie a una certa lungimiranza e accelerando una fase di internazionalizzazione, con investimenti in Spagna, Romania e, in seguito, in Germania, Russia e Messico», afferma Manni. E aggiunge: «Crediamo molto nel capitale umano e cerchiamo di investire sui giovani talenti. A tal proposito, abbiamo creato all’interno dell’azienda un sottogruppo, Manni Young Generation, con la finalità di dare spazio a ragazzi con alto potenziale, provenienti da diverse estrazioni, dall’ingegnere neolaureato, al commerciale, uniti in un gruppo affinché possano scambiare reciproche competenze e fare esperienza». E conclude: «Presiedo due Fondazioni. Una di queste è veronese la Brf, Brain Research Foundation, Onlus impegnata nella ricerca sulle Neuroscienze, in particolare sulle cure mediche e chirurgiche delle malattie cerebrali. La salute è un bene inestimabile ed è vivo in noi il desiderio di contribuire, in minima parte, al sostegno di questi progetti per la Vita».

© RIPRODUZIONE RISERVATA (4 Novembre 2018 – L’Arena – Maria Cristina Caccia)

 

 

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